Slavery Footprint: quanti schiavi lavorano per noi?

Molto spesso lo si nasconde ma nel mondo in cui viviamo la schiavitù non è scomparsa. Potrà essere sparita dalla giurisprudenza di molti paesi; potrà non essere più riconosciuta legalmente; potrà essere argomento di studio sui libri di storia.

Quel che è certo è che la schiavitù esiste ancora ed è molto più diffusa di quanto si possa credere.

Se da un lato è sparita la “schiavitù legale”, riconosciuta per legge e pilastro delle società antiche, dall’altro gli schiavi esistono ancora e continuano ad essere un ingrediente tristemente importante dell’economia mondiale illegale e ufficiale.

Esiste uno strumento che consente di misurare la slavery footprint di ognuno di noi (la potremmo chiamare ”impronta schiavistica”?).

Esempi di nuove schiavitù

Basti pensare alle attività economiche delle mafie, che sfruttano la manodopera migrante o le lavoratrici del sesso. Basti pensare che in un paese emergente come il Brasile, esempio di crescita economica, esiste addirittura un’autorità governativa incaricata di arginare e reprimere il fenomeno del lavoro schiavo, che da quelle parti è legato soprattutto al taglio illegale della selva amazzonica, all’allevamento e all’agricoltura intensiva. Basti pensare che esistono numerose organizzazioni non governative e associazioni che, in varie parti del mondo, lavorano per sensibilizzare, denunciare e contribuire alla liberazione dei nuovi schiavi.

Per restare in Brasile, l’Ong Reporter Brasil è un esempio: la mission dell’associazione è quella di “identificare e rendere pubbliche le situazioni che feriscono i diritti dei lavoratori e causano danni socio-ambientali in Brasile, puntando alla mobilitazione delle leaderships sociali, politiche ed economiche per la costruzione di una società che rispetti i diritti umani, più giusta, equa e democratica”.

Slavery Footprint

L’organizzazione forse più famosa è la statunitense Free the Slaves, che annovera Desmond Tutu come international advisor e Kevin Bales (autore de “I nuovi schiavi” edito in Italia da Feltrinelli) come co-founder.

Un dato per tutti: secondo Free the Slaves attualmente esistono 27 milioni di persone in condizioni di schiavitù nel mondo. Un dato incredibilmente alto e assolutamente inaccettabile.

Misurare la slavery footprint

Al fine di misurare la slavery footprint, una divisione della Fair Trade Fund, non profit statunitense, ha attivato la piattaforma Slavery Footprint che, mediante un sito web davvero ben studiato (o anche tramite applicazione Android e iPhone), ci dice del lavoro di quanti schiavi in giro per il mondo ha bisogno il nostro stile di vita. Indicando per esempio quali sono le nostre abitudini alimentari, quanti e che tipo di vestiti possediamo, i gioielli che indossiamo, la struttura della nostra abitazione o l’uso che facciamo delle nuove tecnologie, Slavery Footprint ci dirà se e quanto stiamo inconsciamente incentivando le nuove schiavitù.

Personalmente sono rimasto abbastanza colpito quando ho scoperto che nel mondo ci sono 38 nuovi schiavi che lavorano per me (la media è 25). Un risultato negativo (nonostante i miei sforzi per uno stile di vita semplice!) che avrò cura di migliorare.

Al di là dei numeri, sapere che nel mondo c’è anche soltanto una persona che potrebbe non godere di diritti sul lavoro e vedersi negare il riconoscimento dei diritti umani per causa del nostro stile di vita è un qualcosa che va sanato. Sia migliorando il nostro agire quotidiano e diminuendo la nostra slavery footprint sia sollevando il problema delle nuove schiavitù tra i nostri contatti e sensibilizzando opinione pubblica e decision makers.

La piattaforma di Slavery Footprint è un esempio di come la tecnologia e l’innovazione possano fornire strumenti operativi validi, efficaci ed educativi.

Se quest’articolo vi è piaciuto, vi invito a seguire Baleia su Twitter, su Facebook e ad abbonarvi al Blog via feed RSS!

Simone Apollo

Simone Apollo - Sociologo esperto di America latina, cooperazione internazionale, fundraiser e specialista di SEO e web-marketing per il non profit.

More Posts

Follow Me:
TwitterLinkedInGoogle Plus