Tecnologie e lavoro nel non profit

Nonprofit e privati: quando nuove strade diventano necessarie

Nonprofit e privati: quando nuove strade diventano necessarie

In un mio commento ad un recente articolo del consigliatissimo blog di Riccardo Friede ho espresso il mio parere su un problema complesso riguardante il terzo settore. L’opinione diffusa che il nonprofit non sia un settore lavorativo che ha bisogno di una sempre più elevata professionalità ma un campo aperto in cui ci si debba muovere prevalentemente secondo gli schemi del volontariato. Tale percezione è un danno permanente per chi opera nel terzo settore e a volte può essere frustrante. Nel mio intervento ho identificato i tre principali fattori alla base di questa situazione: Politica debole di informazione e sostegno intorno al mondo nonprofit da parte delle istituzioni. Idea di intervento per l’inclusione sociale basato sulla carità. Scarso investimento in innovazione, comunicazione e raccolta fondi da parte delle stesse organizzazioni nonprofit. Consiglio a tutti di approfondire la questione leggendo l’articolo e non voglio ripetermi sulla questione. Quello che qui mi interessa è approfondire il terzo punto proponendovi un esempio pratico che ho avuto modo di conoscere durante una mia recente missione in alcune favelas brasiliane.

Leggi ora!

Slavery Footprint: quanti schiavi lavorano per noi?

Molto spesso lo si nasconde ma nel mondo in cui viviamo la schiavitù non è scomparsa. Potrà essere sparita dalla giurisprudenza di molti paesi; potrà non essere più riconosciuta legalmente; potrà essere argomento di studio sui libri di storia. Quel che è certo è che la schiavitù esiste ancora ed è molto più diffusa di quanto si possa credere. Se da un lato è sparita la “schiavitù legale”, riconosciuta per legge e pilastro delle società antiche, dall’altro gli schiavi esistono ancora e continuano ad essere un ingrediente tristemente importante dell’economia mondiale illegale e ufficiale. Esiste uno strumento che consente di misurare la slavery footprint di ognuno di noi (la potremmo chiamare ”impronta schiavistica”?).

Leggi ora!

Popoli indigeni e tecnologia informatica: buone pratiche dall’Amazzonia

La relazione tra popolazioni indigene e tecnologie è un discorso assai dibattuto e dai contorni non totalmente univoci. Il tema, seppure interessante, non rientra tra i nostri obiettivi. Il caso che Baleia vi racconta oggi è però significativo e può essere considerato una buona pratica per la difesa degli ambienti in cui vivono popoli indigeni a rischio e, di conseguenza, per la salvaguardia della loro cultura e della loro vita. Il popolo Ashaninka vive a cavallo della frontiera tra Brasile e Perù, nella valle del fiume Juruá, in piena Amazzonia. Le invasioni del loro territorio da parte dei taglialegna illegali, negli anni hanno messo a repentaglio la loro sopravvivenza e gli Ashaninka hanno dovuto rispondere agli attacchi subiti con le loro forze. La posta in gioco è assai alta: da un lato usurpatori illegali della selva amazzonica a caccia di guadagno (un solo albero di mogano può fruttare al commercio clandestino migliaia di euro), dall’altro l’esistenza di un popolo, delle persone che lo compongono e della cultura di cui sono portatori. Secondo alcuni dati*, tra il 1998 e il 2005 nella regione della valle del Juruá sono stati distrutti 1.218 km2 di foresta amazzonica.

Leggi ora!

Seguici sempre!

Contatti

Sito Web: http://www.baleia.org
Email: comunicazione@baleia.org